Diritto Penale

È GIUSTO DIFENDERE UN FEMMINICIDA?

Un’avvocatessa di Pordenone per motivi etici rifiuta la difesa di un uomo accusato di aver ucciso la compagna. Ma chi invece accetta l’incarico non va criticato: riafferma lo Stato di diritto e le garanzie fondamentali, anche per le vittime e per gli innocenti.

 

Rispetto questa scelta e, come penalista, trovo sacrosanto il diritto di non accettare un mandato difensivo conferito in via fiduciaria, qualunque ne sia la ragione.

Tuttavia, la lettura dei quotidiani di questi giorni mi allarma.

Titoli come “Uccide la compagna a coltellate – L’avvocata si rifiuta di difenderlo” sembrano compiacersi della scelta della legale, come se il colpevole di un tale assassinio non meritasse di essere difeso e il rifiuto oppostogli dalla prima fosse un atto eticamente giusto.

I reati – tutti – puniscono comportamenti brutti, in certi casi bruttissimi (si pensi a quello di cui stiamo parlando, ma anche ad altri, terribili, come per esempio le stragi, gli stermini).

L’avvocato, nel processo penale, non difende mai il reato.

Disapprovarlo sul piano etico solo perché ha accettato di difendere chi è accusato di aver commesso un fatto odioso (disapprovazione del tutto estranea alle parole dell’avv. Rovere, sia chiaro) è un atteggiamento miope e pericoloso, perché mette in discussione il diritto di difesa. Del colpevole, ma anche dell’innocente.

Il 17 maggio 1976 ebbe inizio a Torino, davanti alla Corte d’Assise, il primo importante processo alle Brigate Rosse.

Gli imputati, non riconoscendo l’autorità dello Stato (“la rivoluzione non si processa”, proclamavano), revocarono i propri difensori e minacciarono di morte qualunque avvocato accettasse di difenderli d’ufficio.

La giustizia ne risultò paralizzata: nessun legale era disposto ad accettare l’incarico e il processo non si poteva fare. Il terrore regnava.

Il Presidente della Corte si rivolse allora al Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Torino, l’avv. Fulvio Croce.

Questi, con grande coraggio, insieme ad altri suoi colleghi consiglieri, accettò di assumere la difesa d’ufficio dei brigatisti.

L’avv. Croce iniziò a difenderli, esponendosi a un rischio gravissimo.

Nelle udienze che seguirono, mentre con determinazione tutelava la posizione processuale e i diritti degli imputati, questi dalle gabbie lo dileggiavano e gli inviavano minacce spaventose.

Il 28 aprile 1977, a processo in corso, in un pomeriggio di pioggia, mentre rientrava nel suo studio, fu ucciso dalle Brigate Rosse.

Fulvio Croce ci ha lasciato in eredità un insegnamento fondamentale: il diritto di difesa vola alto e non ha nulla a che fare con i giudizi etici su ciò che è bene o ciò che è male, prescinde del tutto dalla maggiore o minore odiosità del delitto e dal concetto di colpevolezza o di innocenza.

Esso è un pilastro della civiltà del diritto. Un valore talmente elevato che, per riaffermarlo, un uomo ha sacrificato la sua vita.

 

E, d’altro canto, chi disapprova l’avvocato che accetta di difendere l’accusato di un grave delitto, di fatto, condanna l’imputato prima ancora che il processo sia iniziato.

Nel dicembre 1969, Pietro Valpreda fu presentato dalle Istituzioni e dai mass media (qui il video) come il chiaro autore della strage terroristica di Piazza Fontana. Il caso, per il mondo intero, era chiuso.

Si trattava di un crimine terribile (la bomba aveva ucciso 17 persone e ne aveva ferite orribilmente 88).

Valpreda nominò dei difensori che, nonostante ciò, accettarono.

Meritavano di essere disapprovati solo per questo?

Ebbene, la storia ci ha dimostrato che essi iniziarono a difendere un colpevole e finirono per aver difeso un innocente (Valpreda, estraneo ai fatti, fu assolto dai giudici e dagli storici).

Il 4 ottobre 1992 il piccolo Simone Allegretti, un bimbo di 4 anni e mezzo, fu ucciso nei pressi di Foligno. Pochi giorni dopo venne arrestato il suo assassino, tale Stefano Spilotros, che si autoaccusò. Un reo confesso, il caso sembrava risolto.

E invece no. Spilotros era un mitomane. Non c’entrava nulla. Il mostro di Foligno era un altro.

Il legale che all’inizio aveva accettato l’incarico difensivo doveva esser forse biasimato?

Certamente no.

Queste e tante altre storie dimostrano che la difesa degli imputati di reati eticamente odiosi va garantita, sempre. Si tratta di una irrinunciabile affermazione dello Stato di diritto, una garanzia fondamentale di giustizia. Per i colpevoli, ma anche per le vittime e per gli innocenti.

SEI GIALLO, ARANCIONE O ROSSO? VADEMECUM DELLE SANZIONI

Guida brevissima agli illeciti da Covid-19 dopo il DPCM del 3 novembre 2020

L’epidemia Covid ha ridipinto il nostro Paese di tre colori: giallo, arancione e rosso.

Più la base cromatica si scalda, più la libertà di movimento si riduce.

Vediamo in che termini gli spostamenti sono consentiti nelle diverse aree e quali sono le sanzioni che si rischiano.

Aree rosse.

La regola: è vietato ogni spostamento all’interno, in entrata e in uscita.

L’eccezione: ci si può muovere

·          per “comprovate esigenze lavorative”;

·          per “motivi di salute”;

·          per “situazione di necessità”, da intendersi per sé o per altri; si tratta delle esigenze quotidiane di vita (per esempio, fare la spesa, acquistare farmaci, giornali, strumenti per provvedere all’igiene personale o domestica).

È consentito allora andare a trovare genitori, parenti, amici o altre persone che non siano in grado di provvedere autonomamente ai propri bisogni essenziali (per indicazioni utili si veda http://disabilita.governo.it/it/notizie/nuovo-coronavirus-domande-frequenti-sulle-misure-per-le-persone-con-disabilita/).

Come ho già detto, penso che le norme debbano essere intese con senso di umanità e solidarietà: “necessari” sono anche gli aiuti di natura morale, di sostegno affettivo, specie nei confronti di anziani o, in generale, di persone in difficoltà psicologica.

Sono inoltre consentiti (sempre in via di eccezione):

·          gli spostamenti “strettamente necessari ad assicurare lo svolgimento della didattica in presenza”, quando è consentita;

·          “il rientro presso il proprio domicilio, abitazione o residenza”;

·          il transito all’interno della zona rossa, quando necessario per poter “raggiungere ulteriori territori non soggetti a restrizioni negli spostamenti o nei casi in cui gli spostamenti sono consentiti”;

·          l’attività motoria individuale in prossimità della propria abitazione purché comunque nel rispetto della distanza di almeno un metro da ogni altra persona e con obbligo di utilizzo di dispositivi di protezione delle vie respiratorie”;

·          l’attività sportiva, “esclusivamente all’aperto e in forma individuale”.

Aree arancioni.

Sono vietati gli spostamenti in entrata e in uscita, salve le eccezioni poco sopra indicate.

I movimenti all’interno dei comuni, invece, sono permessi, ma dalle 5.00 alle 22.00. Fuori da questa fascia oraria, il coprifuoco e tutti a casa.

Sono comunque consentiti gli spostamenti “con mezzi di trasporto pubblici o privati, in un comune diverso da quello di residenza, domicilio o abitazione” per

–         comprovate esigenze lavorative;

–         comprovate esigenze di studio;

–         motivi di salute;

–         situazioni di necessità;

–         svolgimento di attività o utilizzo di servizi non sospesi e non disponibili nel comune di residenza, domicilio o abitazione.

Aree gialle.

Tra le ore 5:00 e le ore 22:00 ci si può spostare liberamente.

Resta il coprifuoco tra le 22:00 e le 5:00: non ci si può spostare, salvo che per comprovate esigenze lavorative, situazioni di necessità o motivi di salute.

 

In tutte e tre le aree, ogni volta che ci si sposta in deroga alla regola generale che lo vieta, vanno dimostrate con l’autocertificazione le ragioni (eccezionali) che lo consentono (allegando, per esempio, le copie della documentazione medica che attesti lo stato di malattia o di disabilità del genitore; oppure, nel caso di un dipendente, la documentazione fornita dal Datore di Lavoro, tesserini e/o altri documenti idonei a dimostrare la propria necessità lavorativa).

 

Le sanzioni

Nell’autocertificazione non si possono raccontare balle.

Le false dichiarazioni sono punite penalmente come delitti di falso (su questi e su altri reati ancora applicabili, rinvio a un mio precedente post: “Coronavirus: ecco quando commettiamo un reato (o più di uno)”).

La violazione delle regole sopra ricordate è sanzionata come illecito amministrativo (non penale): si applica la sanzione pecuniaria “da euro 400 a euro 1.000”. L’importo può essere aumentato fino a un terzo, se il fatto è commesso con un “veicolo” (art. 4, 1° comma, seconda parte, stesso Decreto).

Se le infrazioni si ripetono, le somme sono raddoppiate.

Queste sanzioni sono irrogate dal Prefetto ed è ammesso il pagamento in misura ridotta:

–      euro 400,00, se effettuato entro 60 giorni dalla contestazione o dalla notificazione;

–      euro 280,00, se effettuato entro 5 giorni.

Chi è sottoposto a quarantena, perché risultato positivo al virus, ha l’obbligo assoluto di non allontanarsi dalla propria abitazione o dimora. Se lo viola è punito più duramente.

In tal caso, infatti, l’illecito diventa penale e la legge prevede l’arresto da 3 a 18 mesi e l’ammenda da 500 a 5.000 euro (qui il Governa rispolvera una vecchia figura di reato contravvenzionale prevista dal Testo Unico delle Leggi Sanitarie: Inosservanza di un ordine legalmente dato per impedire l’invasione o la diffusione di una malattia infettiva dell’uomo – art. 260, Regio Decreto 27 luglio 1934, n. 1265, ancora in vigore).

La violazione della cosiddetta “quarantena precauzionale” rientra nei casi di illecito amministrativo. Si tratta della misura cui devono sottoporsi le persone che hanno avuto contatti stretti con casi confermati di malattia infettiva diffusiva o che sono rientrate dall’estero.

In tutte le ipotesi sin qui considerate, i contravventori sono puniti sia che agiscano con dolo che con colpa.

Così è, almeno fino al 3 dicembre 2020.

Poi staremo a vedere.

Sentenza prima dell’udienza. La fine del sogno di Alice.

Il Direttivo della Camera Penale di Venezia denuncia un fatto che definisce di «enorme gravità»: la sentenza di una Corte d’Appello sarebbe stata scritta prima della discussione in udienza.

L’Unione Nazionale delle Camere Penali interviene sul caso, precisando che anche altri avvocati difensori, prima dell’udienza di discussione delle cause nelle quali erano patrocinatori, hanno ricevuto dalla Corte i testi di sentenze di rigetto contenenti addirittura la liquidazione delle spese in favore della parte civile già determinate, oltre che la indicazione del termine di deposito delle motivazioni.

In Alice nel paese delle meraviglie, Lewis Carroll descrive un processo surreale.

Il Coniglio Bianco, araldo, usciere, cancelliere e in genere maestro di cerimonie, insiste perché venga fatta l’istruttoria prima di condannare l’accusato (il Fante di Cuori).

La Regina di Cuori, da ciò molto indispettita, ordina che prima sia pronunciata la sentenza e poi siano ricostruiti i fatti (“sentence before verdict”).

Alice non può reggere cotanto sovvertimento delle regole processuali e così si sveglia, ponendo fine al sogno e al Paese delle Meraviglie.

il POST: cosa rischia chi viola i decreti sul coronavirus.

Anche riprende l’articolo in cui l’avvocato Marco Micheli analizza la normativa di emergenza anti-covid-19.

Cosa rischia chi viola i decreti sul coronavirus

Dopo il nuovo decreto del presidente del Consiglio dell’11 marzo, sul sito del governo è stata pubblicata una pagina che contiene le risposte alle domande frequenti sulle restrizioni agli spostamenti e agli assembramenti per contenere la diffusione del coronavirus (SARS-CoV-2). La pagina viene costantemente aggiornata per chiarire i vari dubbi e spiega, in sostanza, cosa non si può fare, cosa si può fare e come. E spiega anche quali sono le sanzioni in caso di violazione.

Mancato rispetto di obblighi e raccomandazioni
Il mancato rispetto delle misure previste dal decreto è punito secondo quanto previsto dall’articolo 650 del codice penale, che si intitola “Inosservanza dei provvedimenti dell’autorità” e dice:

«Chiunque non osserva un provvedimento legalmente dato dall’autorità per ragione di giustizia o di sicurezza pubblica o d’ordine pubblico o d’igiene, è punito, se il fatto non costituisce un più grave reato, con l’arresto fino a tre mesi o con l’ammenda fino a euro 206».

Le misure di contenimento prevedono però tre diverse ipotesi, come si spiega qui: il «divieto assoluto di mobilità» vale solo per i soggetti in quarantena o risultati positivi. Per gli altri non si parla esplicitamente di «divieto», ma si dice di «evitare ogni spostamento» salvo quelli motivati. Infine c’è una terza categoria di soggetti: quelli con un’infezione respiratoria e febbre superiore a 37,5 °C, ai quali si raccomanda «fortemente» di rimanere nel proprio domicilio.

Per tutte e tre le indicazioni (“divieto”, “evitare spostamenti” e “raccomandazioni”) è indicato un solo reato, ma questo potrebbe creare confusione nell’applicazione delle sanzioni previste.

Cosa succede?
Concretamente succede che polizia, carabinieri o vigili, una volta accertata la violazione di una disposizione imposta dall’autorità (uno spostamento non necessario, per esempio) dovranno redigere una relazione e trasmetterla alla procura della Repubblica, che aprirà un procedimento penale a carico della persona interessata. La sanzione sarà quindi stabilita da un giudice alla fine di un processo, in caso di condanna.

Attenzione: non è in alcun modo previsto il pagamento di una multa direttamente alle forze dell’ordine al momento in cui queste fermano la persona. Se una persona viene fermata e accusata di aver violato l’articolo 650 non riceverà un verbale che contiene già la sanzione, né un “bollettino” per pagarla come per una multa per divieto di sosta.

Dopo aver indicato un avvocato di fiducia o aver fatto richiesta di un avvocato d’ufficio, al procedimento penale ci si potrà opporre chiedendo l’oblazione, quel rito alternativo al giudizio penale mediante il quale, con il pagamento allo Stato di una somma di denaro prestabilita, si estingue un particolare reato. Se la richiesta sarà accolta, il giudice potrà decidere di far pagare una somma pari alla metà del massimo della pena, cioè 103 euro. In questo modo si arriverà a una sentenza di proscioglimento per intervenuta estinzione del reato. Quel procedimento penale non finirà sul proprio casellario giudiziale.

Nel caso in cui l’ammenda di 206 euro venga invece pagata senza fare opposizione, si andrà incontro automaticamente all’iscrizione nel casellario giudiziale. Per estinguere il reato, il giudice potrebbe anche concedere uno dei benefici previsti dagli articoli 163 (Sospensione condizionale della pena) e 175 (Non menzione della condanna nel certificato del casellario giudiziale) del codice penale.

Ci possono essere alcune differenze tra regione e regione: la Lombardia, in un’ordinanza emanata sabato 21 marzo, ha previsto una sanzione amministrativa di 5.000 euro per chi non rispetterà il divieto di assembramento di più di due persone in pubblico.

False dichiarazioni
Gli spostamenti motivati da comprovate esigenze lavorative, situazioni di necessità, o motivi di salute devono essere attestate attraverso un modulo di autocertificazione.

Non averlo con sé non costituisce una violazione. Il modulo può essere stampato e compilato a casa, ma chi non può farlo non si deve preoccupare: in caso di eventuale controllo, il modulo verrà fornito dalle forze dell’ordine e lo si potrà compilare sul momento, spiegando le ragioni del proprio spostamento. Come ha spiegato la polizia postale in un comunicato, non vanno usati servizi non ufficiali e non autorizzati per compilare l’autocertificazione e ottenerne una versione digitale.

Le dichiarazioni sul modulo rilasciato al pubblico ufficiale (e che hanno a che fare con la propria identità o con le motivazioni dello spostamento) devono essere veritiere, altrimenti si commette un reato. Come spiega l’avvocato penalista Marco Micheli:

  • attestare in modo falso di doversi spostare per giustificati motivi che in realtà sono insussistenti, integra il reato di falsità ideologica commessa dal privato in atti pubblici (articolo 483 del codice penale). La pena prevista è la reclusione fino a due anni.
  • se la falsa dichiarazione riguarda la propria identità, il reato è di falsa attestazione o dichiarazione a un pubblico ufficiale (articolo 495 del codice penale). La pena prevista è la reclusione da uno a sei anni.

La veridicità dell’autodichiarazione potrà essere verificata anche con successivi controlli, si dice, anche se non è chiaro come.

Mancata quarantena
Nel nuovo modulo di autocertificazione è stata inserita una voce che chiede esplicitamente alla persona di dichiarare di «non essere sottoposto alla misura della quarantena e di non essere risultato positivo al virus Covid-19» (COVID-19 è in realtà la malattia, provocata dal virus SARS-CoV-2). Qualche giorno fa il Corriere della Sera scriveva che chi mente su questo punto può essere denunciato «per procurata epidemia». Lo stesso articolo 650 del codice penale fa poi riferimento esplicito ai “più gravi reati” tra i quali potrebbe rientrare, appunto, quello previsto dall’articolo 438 (epidemia) o dall’articolo 452 (delitti colposi contro la salute pubblica) del codice penale.

L’avvocato Marco Micheli ha però fatto qualche precisazione, in proposito: il nostro codice penale prevede l’epidemia dolosa (articolo 438) e i delitti colposi contro la salute pubblica (articolo 452), due reati introdotti nel 1930 per punire nei contesti di guerra o terrorismo la diffusione di germi patogeni.

L’epidemia dolosa punisce con l’ergastolo chi volontariamente «cagiona un’epidemia mediante la diffusione di germi patogeni»: si parla di una diffusione intenzionale su portata di massa. I delitti colposi contro la salute pubblica possono essere puniti con la reclusione da uno a cinque anni per chi causa l’epidemia non volontariamente, ma con colpa, cioè per negligenza, imprudenza o imperizia.

Ora: chi ha sintomi e non si mette in quarantena o chi nasconde di essere positivo e contravviene alle regole di isolamento domiciliare e quarantena e contagia una o più persone, può essere accusato di procurata epidemia? L’avvocato spiega che per capire se siamo di fronte a questi gravi delitti «bisogna valutare la portata quantitativa del pericolo innescato dalla condotta del soggetto. Cioè verificare se vi sia stato un comportamento capace di diffondere il morbo a un “numero indeterminato e notevole di persone” e in tempo ristretto». La sua risposta è no, perché non ci si trova di fronte alla «diffusibilità» di cui parlano i giudici. Ma la persona in questione potrebbe comunque doverne rispondere in un processo.

Secondo Micheli, «siamo quindi assai distanti dal caso del contagiato da coronavirus che, consapevole del suo stato di salute, cammina per strada e, fermato dalla polizia per un controllo, dichiara di essere sano». Dello stesso parere è il Sole 24 Ore, che scrive: «Ci sembra improbabile che ad una singola persona sia contestato uno dei delitti colposi contro la pubblica incolumità. Anche in via del tutto astratta, infatti, pare difficile sostenere che un soggetto isolato, per quanto imprudente, sia da sé solo in grado di mettere in pericolo una platea indeterminata di persone. Allo stesso modo, riteniamo di escludere che possa essere contestato il reato di epidemia che punisce chiunque la cagiona mediante la diffusione di germi patogeni. La giurisprudenza, infatti, ha sempre negato la configurabilità di questi reati nella condotta di chi “semplicemente”, sapendosi affetto da male contagioso, continui a circolare magari anche diffondendo la malattia».

Ci sono comunque altri reati molto gravi di cui si può rendere colpevole chi ha sintomi e non si mette in quarantena o chi nasconde di essere positivo e contravviene alle regole di isolamento domiciliare e quarantena e contagia una o più persone. Il rischio – a seconda che l’azione sia per colpa o per dolo – è l’imputazione per lesioni colpose (fino a cinque anni di carcere se ci sono più vittime) o per lesioni volontarie (fino a dodici anni in caso di più vittime). Se chi viene contagiato dalla persona che non ha rispettato l’isolamento muore, le imputazioni saranno per omicidio colposo (fino a quindici anni, se muoiono più persone) e per omicidio volontario (da ventuno anni all’ergastolo).

Attività
L’ultimo decreto prevede la chiusura, fino al 25 marzo, sul territorio nazionale, di tutte le attività di ristorazione e di tutti i negozi, tranne quelli delle categorie espressamente previste. La violazione di questi obblighi da parte dei gestori di pubblici esercizi o di attività commerciali, spiega il sito del governo, è sanzionata con la chiusura dell’esercizio o dell’attività da 5 a 30 giorni.